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Le chiavi di casa Sull’occupazione Irachena
Le chiavi di casa
Nell’ aprile del 2003 le truppe anglo americane entravano in Baghdad ed il loro presidente, parlando da una portaerei poteva, sbagliandosi ancora una volta, affermare che era “terminata e vinta la guerra con l’Iraq”. I mass media occidentali, compresa la nostra tv, tentarono di accreditare l’immagine di un Iraq in festa per l’arrivo dei “liberatori”, ma qualunque accorto teleutente si rese conto che ad accoglierli al loro arrivo nella capitale vi erano non più, volendo essere generosi, di qualche centinaia di persone. La tv ci mostrò le statue del dittatore che venivano distrutte, gruppetti sparuti di persone che guardavano, i bambini che giocavano tra le macerie delle stesse. La gran maggioranza degli iracheni era diffidente sapeva e sa benissimo che l’alternativa a Saddam non è un regime fantoccio degli americani che non avrebbe portato a niente di buono. Dopo quattro anni dalla cosiddetta “liberazione” americana la situazione peggiora giorno per giorno. Mancano generi di prima necessità: acqua, lavoro, benzina, elettricità. Al contrario, purtroppo, assistiamo ad una guerra civile e ad una forma strisciante di pulizia etnica o meglio ancora religiosa in un paese in cui da secoli convivono pacificamente, sciiti, sunniti e cristiani, che sta portando alla libanizzazione del paese. In alcune zone dell’Iraq ma soprattutto a Baghdad è questo lo scenario che si pone davanti. La capitale è diventata un insieme di quartieri divisi per appartenenza etnico-confessionale, la pulizia etnica ha svuotato interi caseggiati che vengono occupati da cecchini e gruppi armati vari. Nessun servizio è garantito, tanto meno la sicurezza, i negozi sono chiusi, le strade più importanti sono interrotte da blocchi di cemento (come tutte le zone a rischio) e costeggiate da rotoli di filo spinato. Per avere qualcosa da mangiare bisogna andare a casa dei commercianti che non osano più alzare le saracinesche dei loro negozi. La zona più sicura della capitale è quella orientale, abitata prevalentemente da sciiti. L' “esercito del Mahdi” di Muqtada al Sadr garantisce pace ed una certa sicurezza, anche se è oggetto degli attentati di al Qaeda, mancanza di elettricità alla quale spesso i generatori non possono sopperire perché manca la benzina per alimentarli. Inoltre, le razioni di cibo distribuite dal governo ai più poveri arrivano regolarmente. Una sorta di pulizia etnica, che sta avvenendo in seguito ai numerosi attentati di oscura matrice che potrebbero benissimo essere opera dei servizi anglo americani che hanno tutto l’interesse a tenere il paese diviso ed in preda a conflitti interni per giustificare la loro catastrofica occupazione, ha svuotato interi caseggiati che vengono occupati da bande armate di oscura origine. Quattro anni fa, uno dei primi provvedimenti presi dalle autorità (si fa per dire) di occupazione fu lo scioglimento del ministero della difesa (e quindi dell'esercito) e del ministero dell'informazione, oltre che del partito di Saddam, il Baath. Un errore degli invasori “democratici” che ha fornito alla guerriglia armamenti, uomini,ben addestrati e ben equipaggiati. Per porvi rimedio gli occupanti americani con l’ausilio del governo fantoccio hanno deciso una revisione della legge di debaathizzazione prevedendo il reintegro nei loro posti di lavoro dei membri dell'ex partito unico dei gradi inferiori, mentre per quelli alti è prevista una pensione. Il recupero di alcuni quadri del partito Baath, decisivi per il funzionamento delle strutture statali, non deve stupirci, poiché tra di loro si annidano diversi collaboratori di Saddam, antislamici che si sono distinti, ai tempi del rais nella lotta contro quei gruppi religiosi, essenzialmente di scuola sciita, oppositori del regime saddamista. Gli americani stanno, attraverso loro emissari iracheni, tentando di recuperare questi settori, nazionalisti o pseudo tali, della guerriglia. Diversi incontri si sono avuti in Giordania, a Baghdad e Cipro. Il risultato tuttavia è difficile da verificare anche perché è difficile stabilire il grado di rappresentatività dei partecipanti ai colloqui. Il fatto più rilevante è tuttavia la scelta, anche dei gruppi appartenenti alla resistenza sunnita, di prendere le distanze (a volte di combattere: ci sono state le prime schermaglie) i gruppi di al Qaeda. “Soprattutto dopo che «al Qaeda ha ucciso i generali Mohammad e Saab a Ramadi abbiamo deciso di vendicarli», ha riferito Abu Marwan, portavoce di gruppi della resistenza. In realtà, un vero cambiamento della situazione può avvenire solamente con il ritiro delle truppe straniere che spingerebbe le varie tendenze irachene ad una collaborazione tra di loro, dissolvendo l’attuale frammentazione. Decisione di andare via dall’Iraq annunciata dalla Gran Bretagna e desiderata dalla gran maggioranza degli statunitensi. Non a caso. il congresso e il senato americano hanno respinto la richiesta di rifinanziamento della missione da parte di Bush. Difficile tuttavia immaginare un ritiro spontaneo totale, anche i democratici americani difendono innanzitutto gli interessi degli Stati Uniti e la legge sulla privatizzazione del petrolio non basta, occorrerà farla applicare e restare nelle basi del paese o ai confini, pronti a difendere le compagnie americane. Pensando alla politica dei due maggiori partiti americani, viene spontaneo affermare: “questo e quello per me pari sono”. L'unica buona notizia arrivata negli ultimi giorni da Baghdad è l'apparizione nella zona orientale della città (maggioranza sciita) di migliaia di bandiere nazionali sui tetti, sui pali della luce, ai semafori, nei negozi. Che stanno a significare il desiderio degli iracheni di riappropriarsi delle “chiavi di casa”.
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