DOSSIER
- I nostri vicini di casa Gli
Sciiti d’Italia
in fuga dalla politica
di Angela Lano
Pochi lo sanno ma, oltre agli
immigrati che provengono dal Libano e dall’Iran, la comunità sciita
nel nostro Paese conta un folto gruppetto di convertiti. Molti dei
quali hanno abbracciato la fede coranica dopo le delusioni della
militanza nell’estremismo di destra o di sinistra.
Torino.
Mohammad Reza Kiavar, iraniano di nascita, piemontese d’adozione e
sindacalista alla Cisl, vive in Italia dal 1975. È sposato con una
giornalista italiana e si dichiara "non praticante". «Ufficialmente
sono musulmano sciita», dice, «ma ho un pessimo rapporto con l’islam.
Ho fatto Ramadan fino all’età di quattordici anni, poi ho cominciato
a pormi delle domande sulla fede. Era un’epoca particolare: iniziavamo
a prendere coscienza della situazione politica del nostro Paese. Molti
di noi, me compreso, si sono rifugiati nella lotta contro il regime
dello scià, ma in modo diverso da chi militava in movimenti islamici.
Noi usavamo i libri e i volantini. Eravamo di sinistra, mentre quelli
religiosi spesso erano di destra. Quando mio fratello maggiore è finito
in prigione, la mia famiglia mi incoraggiò ad andarmene in Europa, a
studiare. E con gli anni, il mio pensiero non religioso s’è
rafforzato».
Musulmani sciiti come lui ce ne sono tanti, sia iraniani sia
libanesi. Si considerano "laici", agnostici, poco credenti,
non praticanti, a seconda della percezione che hanno della fede e della
cultura e tradizioni di provenienza. «La gran parte degli iraniani sono
venuti in Italia negli anni successivi all’instaurazione del governo
islamico e il motivo del loro esilio è stato proprio la volontà di
fuggire da un regime religioso, per cui molti di loro non amano neppure
definirsi musulmani, men che meno sciiti», spiega la studiosa Anna
Vanzan.

Un venditore ambulante prepara spiedini di
agnello all’esterno
della Grande moschea di Roma (foto A. Sabbadini).
Stando ai dati, lo sciismo rappresenta il 9-11% dei musulmani nel
mondo, distribuiti soprattutto tra Iran, Iraq, Libano, India, Pakistan
e, in numero limitato, in Arabia Saudita, Afghanistan, ex Unione
Sovietica, Paesi del Golfo, Africa e Occidente. In Italia costituiscono
una presenza limitata ma importante dal punto di vista organizzativo e
culturale, che si compone di intellettuali, professionisti, immigrati
– soprattutto d’origine iraniana e libanese – e italiani
convertiti.
Milano, una domenica di novembre di qualche anno fa. Un gruppo di
sciiti giunti da tutta l’Italia sta commemorando il compleanno di
Fatima, la madre dei credenti, figlia del profeta Muhammad e moglie dell’ultimo
fra i califfi "ben guidati", Ali, nonché madre di Hussayn e
Hassan, uccisi, come il padre, nella lotta per la successione che si
aprì all’interno della comunità islamica dopo la morte del Profeta
(la corrente sciita – shi’at ’Ali, la fazione di Ali –
nasce proprio da qui). La sala è divisa in due parti da una tenda che
delimita la zona destinata agli uomini da quella delle donne. Le signore
sono vestite in abiti tradizionali e col capo coperto dal velo: tra di
loro ci sono molte italiane convertite all’islam.

Alcuni palazzi abitati da immigrati
musulmani a Porta Palazzo,
nel centro storico di Torino (foto Periodici San Paolo/G. Lobera).
Tra i convertiti c’è anche Marco, romano, classe 1980: il nome che
ha scelto, convertendosi all’Islam, è Husseyn, in ricordo del figlio
di Ali e Fatima ucciso a Karbala. Proviene da una famiglia cattolica
praticante. Dal ’95 ha iniziato a interessarsi all’islam, attratto
dalla rivoluzione islamica del ’79, in Iran. Arrivava dalle fila della
gioventù di estrema destra. Questa nuova religione lo ha affascinato
per la sua ritualità e per il senso comunitario.
Stessa area di provenienza per Paolo-Jafar, del ’75, studente di
lettere di Bergamo, convertito nel ’96. Tra le sue letture, molti
testi di René Guénon (il metafisico francese diventato musulmano) in
cui il mondo moderno viene vissuto come negazione dell’uomo, come
decadenza dei valori umani, mentre nel fascismo si intravede l’ultimo
baluardo della difesa di tali valori. La sua è una scelta
politico-intellettuale, poi divenuta religiosa. Apparteneva a un gruppo
politico di estrema destra, filoislamico. Poi, ha incontrato l’associazione
sciita napoletana del Il puro Islam e si è sentito subito
inserito in un ambiente «fraterno».

Le scarpe lasciate all’esterno della
piccola
moschea di
Palermo (foto A. Sabbadini).
Dalla sinistra giunge invece Giovanni: ferroviere, nato nel 1957 e
musulmano dalla fine degli anni ’70. Da allora si fa chiamare Mustafa:
«Mi sono convertito all’islam nel ’79, folgorato dalla rivoluzione
iraniana. Sono stato particolarmente colpito dall’evento religioso in
sé. Ero un militante dell’estrema sinistra. Provenivo da una famiglia
cattolica, ma qualcosa mi aveva sempre tenuto lontano dalla chiesa.
Gesù figlio di Dio? Questo dogma di fede non lo digerivo proprio.
Facevo fatica a seguire. La mia conversione è stata un fatto di
dottrina: fui colpito dall’impatto della rivoluzione religiosa di un
popolo».
Napoli, associazione islamica Ahl al-Bait. È stata fondata
dal giornalista Ammar De Martino a metà degli anni ’90. Già dal 1991
pubblicava il giornale Il puro Islam dove veicolava il messaggio
del profeta Muhammad (attualmente esce in un migliaio di copie). De
Martino si è avvicinato all’islam arrivando dall’estrema destra. «Prima
ero cristiano evangelico, piuttosto praticante, tenevo sermoni»,
racconta. «A un certo punto mi allontanai e iniziai a leggere Guénon,
Burckardt, Ebola (scrittori cosiddetti tradizionalisti che affermano che
i mali della società hanno origine dal fatto che l’uomo ha perso il
contatto con la trascendenza, dirigendosi verso un baratro colmabile
solo attraverso la riscoperta dell’interiorità, ndr.). Tutto
ciò mi portò a far politica: mi identificavo con una certa destra non
parlamentare. Andavamo sulle Alpi e la sera ci sedevamo intorno al fuoco
a dissertare sui mali della società; poi, scesi a valle, il nostro
comportamento era come quello degli altri, se non peggiore».

Fedeli rivolti verso la Mecca all’interno
della moschea
della capitale (foto A. Sabbadini).
«Per caso», continua De Martino, «mi ero accorto che gli scrittori
che leggevo, a un certo momento della loro vita, erano entrati nell’islam.
Inizialmente fu una semplice curiosità. Erano gli anni della
rivoluzione islamica in Iran, e io me ne sentivo attratto. Mi piaceva,
perché era fatta in nome di Dio, in nome di valori spirituali, né
marxisti, né imperialisti. Incominciai a prendere contatto con i
musulmani – dirigevo un piccolo circolo culturale a Napoli –, così,
un giorno, un giovane musulmano mi propose di organizzare una conferenza
sull’islam. Passò un anno ed ebbi modo di riflettere. E l’anno
successivo decisi di diventare musulmano».
Secondo De Martino i valori dell’islam che attraggono un
occidentale sono l’unicità di Dio e la sottomissione a Lui: «L’islam
offre al credente una via ben precisa, con delle regole, una strada che
gli è stata tracciata. Nel cristianesimo si dice "ama il tuo
prossimo", ma, pur essendo un gran concetto, è molto generico, non
si sa come amarlo questo prossimo. Nell’islam, invece, ci sono delle
norme chiare. La legge accompagna l’uomo per tutta la vita ed egli sa
che è sottomesso a Dio, cioè, in contatto con Lui. Questa scelta ha
incanalato la mia vita nel giusto binario, l’ha rivoluzionata. Adesso
posso guardare con un’altra ottica anche il prossimo. Prima di essere
musulmano ero consapevolmente razzista. Nel momento in cui ho
abbracciato l’islam ho capito che gli uomini vanno visti per la loro
fede, non per il colore della pelle. Attraverso questa fede penso di
poter offrire alla società italiana un uomo migliore, un comportamento
diverso, un fenomeno religioso vissuto intensamente, e non un’esperienza
di abitudine. Spero che, con il mio esempio, altre persone possano
sottomettersi a Dio».

Opuscoli in vendita di fronte alla Grande
moschea di Roma
in occasione della preghiera del venerdì (foto A. Sabbadini).
Come si vede, tra gli sciiti italiani, la conversione è spesso
collegata a una precedente militanza politica "totalizzante",
sia essa di sinistra o, più spesso, di destra. Ma questo non è l’unico
elemento caratterizzante dello sciismo. Nel raduno dedicato a Fatima, ad
esempio, era emersa con forza anche la problematica situazione della
donna musulmana. Una signora anziana diceva: «Analizzando molti
versetti del Corano, possiamo notare come non esistano differenze tra
maschi e femmine, bensì l’obbligo, per tutti, di obbedire al Signore.
Il Libro si rivolge a uomini e donne nello stesso modo, considerandoli
uguali. Anche nel comportamento sociale non c’è differenza tra uomini
e donne. Chiunque ben si comporti sulla terra, sarà felice per sempre.
Il marito costruisce la personalità della donna e viceversa. Purtroppo,
però, quest’ultima nella storia non è riuscita a ottenere il
riconoscimento dei propri diritti. Nell’era preislamica si assisteva
alla sofferenza e all’ingiustizia subite dalle donne. Ma anche dopo l’avvento
dell’islam essa è stata sfruttata, sacrificata a vantaggio dell’uomo.
Eppure una buona parte dell’attività del Profeta è stata quella di
salvarla dalla pessima situazione in cui si trovava, e far capire che
è, invece, uguale all’uomo».
«Nonostante tutti questi sforzi», aveva concluso l’anziana
signora, «ancor oggi, nel secolo della scienza, le donne vengono
sfruttate in tutti i modi. Quando si sente di un comportamento violento
da parte di un marito è un dolore per tutta la società islamica. Da un
credente che ha ricevuto un’educazione islamica e che può seguire l’esempio
del Profeta, non ci si aspetta che segua quelle del periodo dell’ignoranza
o delle civiltà non musulmane. Muhammad disse: "Entrando in casa,
prima accarezzate le vostre figlie e poi i vostri figli. E quando
litigano, prima date ragione alle vostre figlie e poi ai vostri
figli"».
Angela Lano
 |